IL PONTE BAILEY - RICCARDO MASTRANGELI
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CronacaPrimo piano

Vent’anni dalla morte di Serena Mollicone, ripercorriamo tutta la vicenda

Sono passati vent’anni dalla morte di Serena Mollicone, la ragazza di Arce, in provincia di Frosinone, uccisa il primo giugno del 2001 e il cui cadavere fu trovato dagli uomini della protezione civile nel boschetto di Fontana Cupa, ad Anitrella, frazione di Monte San Giovanni Campano, tre giorni dopo.

Vent’anni di indagini, di accuse, di depistaggi che, solo negli ultimi tempi, grazie alla tenacia di papà Guglielmo, morto un anno fa, con le sue battaglie giudiziarie e con la sua assidua presenza nelle aule giudiziarie hanno squarciato le nubi di una vicenda avvolta da un fitto mistero. Se oggi, forse, si è sulla strada giusta per arrivare a dare un volto all’assassino o agli assassini di sua figlia, lo si deve alla sua grande tenacia.

Una vicenda che come poche ha scosso profondamente l’opinione pubblica.

Serena è scomparsa a 18 anni. Era uscita di casa per andare a fare un’ortopanoramica all’ospedale di Isola del Liri. Per tre giorni si sono perse le tracce, poi il tragico ritrovamento del corpo senza vita, legato mani e piedi con delle fascette e con una busta di plastica in testa.

Anni di indagini con momenti drammatici. Dopo un periodo iniziale, di stati, negli accertamenti venne individuato un presunto responsabile. Nel 2002, la Procura della Repubblica di Cassino iscrisse nel registro degli indagati il carrozziere Carmine Belli di Rocca d’Arce che, secondo il contenuto di un biglietto, quel 1 giugno si sarebbe dovuto incontrare con Serena Mollicone. I legali di Belli nominarono come loro consulente il criminologo Carmelo Iavorino che contribuì, insieme al suo gruppo di tecnici, a far assolvere il carrozziere. Infatti la cassazione nel 2004 prosciolse da ogni accusa Carmine Belli. Addirittura, dei sospetti da parte degli inquirenti erano ricaduti sul padre Guglielmo, indagato e portato via dai carabinieri durante i funerali della figlia, Nel 2006, però, la Cassazione lo prosciolse da ogni accusa.

L’11 aprile 2008 il drammatico suicidio del carabiniere di Arce, Santino Tuzi. Si spara all’interno della sua auto. Era stato ascoltato pochi giorni prima dalla Procura. In quella circostanza aveva dichiarato agli inquirenti che alle ore 11.00 del 1 giugno 2001 era entrata nella caserma dei Carabinieri di Arce una ragazza simile a Serena e che lui, fin quando era rimasto in caserma, non l’aveva vista uscire di lì.

A giugno del 2011 furono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere l’ex Maresciallo Franco Mottola, sua moglie e suo figlio Marco. Nel 2014 gli esami del DNA su 272 persone non diedero riscontri. Anche dalle indagini sulle impronte digitali scoperte sulla scena del delitto non si ottennero ulteriori informazioni utili alle indagini.

Nel 2015 i tre indagati, accusati nel 2011, hanno chiesto al Giudice per le indagini preliminari di chiarire la loro posizione. A fine 2016 Guglielmo, il padre di Serena, ha chiesto l’effettuazione di rilievi nell’ex caserma di Arce, dove ritiene sia stato nascosto il cadavere della figlia. Nel 2018 viene rivelato che gli accertamenti tecnici effettuati dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei Carabinieri sulla salma di Serena e sul nastro adesivo con cui era stata legata e imbavagliata, confermerebbe che l’omicidio è avvenuto nella caserma dei Carabinieri: il Maresciallo Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco, sono accusati di omicidio aggravato, il Sottufficiale Vincenzo Quatrale è imputato per concorso in omicidio e per istigazione al suicidio di Tuzi, e il Carabiniere Francesco Suprano per favoreggiamento. Secondo la ricostruzione del delitto, a colpirla sarebbe stato il figlio di Mottola, Marco, probabilmente facendo sbattere la testa di Serena contro una porta all’interno della caserma, ipotesi che il team del criminologo Lavorino ritiene impossibile e errata.

Il 24 luglio 2020 il Giudice dell’udienza preliminare , Domenico Di Croce, decide di rinviare a giudizio i Carabinieri Quatrale, Suprano e Mottola, l’ex comandante della stazione di Arce, come anche la moglie di quest’ultimo Anna Maria e loro figlio Marco, con l’accusa, a vario titolo, di concorso in omicidio volontario, occultamento di cadavere, istigazione al suicidio e favoreggiamento. Poi l’inizio del processo e le prime udienze con i 5 imputati.

Si spera si arrivi finalmente alla certezza dei fatti e dei colpevoli, in nome di Serena e papà Guglielmo.

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